L’agro pontino è quell’area compresa tra Aprilia e Terracina che si estende dal mare fino alle pendici dei monti Lepini e Ausoni. Percorsa da tre grandi strade, la litoranea, la Pontina, l’Appia, è tagliata a griglia dalle Migliare, strade costruite dagli urbanisti del ventennio per collegare litoranea e Appia. A pochissimi chilometri da Roma è zona limite tra Lazio e Campania. È il luogo della ‘bonifica integrale’ – iniziata nel 1924 – e finita nel dopoguerra con i fondi della Cassa del Mezzogiorno. È un territorio di immensa bellezza e ricchezza, a volte sembra quasi un pezzo del nord Italia, con i suoi casali, i fossi, i canali di drenaggio, la pianura e i terreni agricoli. È un paesaggio rarefatto e poi, percorrendo l’Appia arrivando a Terracina, improvvisamente appare il sud.

L’identità di questo luogo è un’identità imposta, dall’urbanizzazione pianificata a tavolino, dalla costruzione delle città di fondazione e dei borghi, ma che negli anni è andata trasformandosi, sfaldandosi e ricreandosi stratificata. È un luogo limbo, fatto di ‘colonizzazioni’: prima i coloni del nord Italia voluti da Mussolini a bonificare, poi i meridionali arrivati dal sud con il boom economico del dopoguerra, negli anni ‘80 il primo campo profughi a Latina che accoglieva gli albanesi e poi oggi gli indiani, quasi tutti dal Punjab per coltivare la terra in condizioni a volte disumane.

È una zona di frontiera che si sta ancora costruendo, non è Roma, non è nord, non è sud e forse è proprio qui la sua identità.

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